Divario Digitale: una generazione sta crescendo ma…

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Quella dei Nativi Digitali, si sa, è la generazione dei trentenni (anche meno) nata e cresciuta con le tecnologie digitali. Hanno vissuto in un ambiente contaminato dall’elettronica. Tra loro ci sono gli imprenditori non di domani, di oggi! Ma quali sono i limiti e gli ostacoli di questo cambiamento?

Un’indagine di pochi mesi fa, realizzata dal Centro Studi di Unioncamere, evidenzia come più del 41% delle imprese nate negli ultimi 2 anni sia composto da giovani sotto i 35 anni. In particolare, di tutte le nuove imprese il 17% è opera di giovani che vanno dai 30 ai 35 anni e il 24% è opera di giovanissimi, sotto i 30 anni. E i trend sono in crescita.

Tali cifre non sono casuali. Più si abbassano i limiti di età, più si delinea una casta di “smanettoni” esperti, in grado di trasformare le tendenze dei social in opportunità di business. E’ però ancora più importante sottolineare che la maggior parte di questa categoria non è laureata o non lo è ancora.

Conseguenza immediata è il fatto che questi giovani capi d’azienda siano molto più propensi degli altri ad utilizzare social network e altri strumenti online per i loro obiettivi di business. Per loro si crea in automatico un vantaggio competitivo dato da un Divario Digitale imputabile ad un Divario Generazionale.

Il livello digitale delle aziende italiane

Il livello di digitalizzazione delle aziende italiane è un gap ancora lontano dall’essere colmato. Tutto parte proprio dalla formazione universitaria, con piani didattici inadeguati ai tempi. Si fa ancora riferimento al marketing e alla comunicazione degli anni ’90, una mancanza di contatto su cosa serve realmente per restare al passo con la “digital transformation”.

Le aziende probabilmente non riescono ad adeguarsi nella ricerca di figure specializzate perché non sanno nemmeno cosa cercare. Ciò è ancora più enfatizzato dal concetto di Digital Divide, ovvero dalla persistente carenza infrastrutturale che non permette un sufficiente scambio veloce ed immediato delle informazioni. Man mano che si procede da nord a sud in Italia, questo limite diventa ancora più castrante.

Lo scenario è chiaro. Solo il 22% delle piccole imprese, il 42% delle medie imprese e il 62% delle grandi imprese presenta in organico una figura preposta alla gestione  dell’ICT. Questa figura rappresenta invece una risorsa fondamentale per l’efficienza e la sicurezza dei prodotti tecnologici utilizzati.

Continuando con i numeri, il 43% delle piccole imprese possiede almeno un tablet o smartphone aziendale, mentre è del 79% la percentuale di quelle che possiedono almeno un pc. Per le medie e grandi imprese, tali valori salgono rispettivamente al 74% se si parla di dispositivi mobili e al 97% per i pc.

Per non parlare infine dell’impiego dei social. Qui le percentuali collassano, non superando mai il 50%.

Le Pubbliche Amministrazioni per annullare il Divario Digitale

Questo non significa però che non sia in atto un cambiamento. I Comuni si stanno attrezzando per annullare il Divario Digitale sia in termini di infrastrutture sia avviando dei percorsi formativi per le aziende.

Un esempio di caso virtuoso è il Comune di Pegognaga che ha avviato un  piano di posa capillare della banda ultra-larga su tutto il suo territorio. Siamo ancora lontani dal livello di digitalizzazione che occorre al nostro paese per produrre concreti effetti di crescita, ma è proprio a partire dalle PA che servono stimoli nuovi, volti a supportare le imprese.

I Comuni devono certamente organizzarsi per il cambiamento infrastrutturale ma il processo di evoluzione richiede l’azione di una classe imprenditoriale che deve andare a cercarsi le informazioni e proporre nuove forme di comunicazione. Gli imprenditori devono formarsi per essere coscienti sulle risorse da inserire nelle loro strutture, non per essere dei factotum; sarebbe improponibile altrimenti.

Piccole produzioni altamente customizzate

Quello che ormai è sostenuto a gran voce è la teoria di quanto innovazione e globalizzazione non siano più ad esclusivo privilegio di grandi realtà aziendali (Fabio Vaccaronio, Country Manager di Google Italia). Anche realtà più piccole  sono in grado di ritagliarsi importanti spazi sul mercato globale, grazie ad un iniziale processo di customizzazione.

Il Made in Italy di qualità è insomma l’arma vincente, un biglietto da visita potentissimo dal quale sarebbe stupido prescindere.

I dati prospettici

L’Osservatorio sul Marketing B2B in Italia ci dice come le nostre PMI siano pronte ad investire nel digitale. Di seguito un’infografica che ho preparato in merito. Ora, speriamo che le intenzioni siano corroborate dalle azioni.

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Divario Digitale: il ruolo delle PMI

(Data credit: Gabriele Carboni – Strategie web per i Mercati esteri)

 


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2 Commenti

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