Media e Politica: Uber e la gestione dell’informazione

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I problemi non si risolvono con una notizia, così come la notizia non è sinonimo di informazione. Il caso Uber.

Il sottotitolo di questo articolo, per riprendere un altro trend-topic del momento, può essere “MAGARI NO BUFALE, MA NOTIZIE SENZA INFORMAZIONE SI”.

Sarà un luogo comune ma la realtà è questa: in politica, di tutto si parla tranne di come potere risolvere i problemi.

Il caso Uber: un esempio lampante

Uber è un problema perché lo si è fatto diventare tale. Schierarsi in modo generalista pro o contro può servire a racimolare consensi emotivi, che vengono prontamente disillusi dopo poco tempo.

I media sono complici di questa disinformazione, perché la notizia sta sempre e solo nel “pugno in faccia”, ovvero nell’esaltazione del clamore.

Nel caso specifico, cosa è successo?

Uber vs Taxi

La complicità tra media e politica è evidente. Quando una questione non viene analizzata per (voluta) noncuranza del problema, ne consegue una mancata certezza del Diritto. Risultato: si ottiene il caos!

Proviamo ad analizzare la situazione. Ci sono 2 attori in gioco.

Da un lato, i taxisti che hanno il problema principale delle licenze: sono la barriera all’entrata della professione ma sono anche, e soprattutto, il loro TFR. Una licenza può costare dai 150.000 ai 350.000 euro a seconda delle città (e quindi del Mercato). Lo scenario di una competizione drogata ed impari mette a repentaglio il ritorno economico di questo investimento che deve invece fruttare, poiché basato sul lavoro.

Dall’altro lato gli utenti, che devono potere usufruire di un servizio di pubblica utilità in un regime competitivo, ovvero regolamentato e a prezzi congrui.

Dove sta la soluzione?

Non sono io a doverla trovare, altrimenti farei un altro mestiere.

Tuttavia, ho la convinzione che siano le leggi a dovere essere pensate in funzione dell’evoluzione dei bisogni e non viceversa. Ció vale ancor di più pensando a come il digitale stia entrando di prepotenza negli usi e costumi di tutti i giorni.

Avendo un amico taxista ci siamo trovati a fare ragionametnti sulla situazione, soprattutto in seguito alle rivolte assai più violente in Francia. E’ emerso che il problema principale è da sempre dato dagli abusivi. Restringono il Mercato, esercitando la professione senza alcun diritto e mettono a repentaglio la reputazione di chi agisce legalmente.

Uber è una goccia, ma è quella che fa traboccare il vaso.

In genere, i taxisti amano il trasporto in città poiché riduce i tempi morti e massimizza il guadagno. Quindi il servizio di Uber si potrebbe attivare solo per quel genere di corse che tendenzialmente non sono molto gradite dal servizio taxi, quali i trasporti di media distanza dalla città alla provincia (o viceversa): si tratta infatti di corse con mancato guadagno in uno dei due tragitti. Ciò scremerebbe notevolmente i potenziali aderenti in qualità di conducente. Risultato: ridotta sovrapposizione di nicchia.

Il tutto potrebbe essere regolamentato efficacemente con unità di intenti tra Governo e Azienda. Come ulteriore ipotesi, il denaro potrebbe essere sostituito da altre forme di premio per chi offre il servizio: es.il cliente paga Uber con tariffa a km ed Uber riconosce in proporzione al conducente sconti su prodotti e servizi.

Sono tutte ipotesi, magari anche campate in aria. Il concetto è che bisogna pensare ad una regolamentazione progressiva (ad esempio, all’inizio solo su certi servizi di trasporto), abbinata ad esami selettivi per l’abilitazione a NCC anche per Uber. Inoltre, dei controlli restrittivi e reali sugli abusivi possono essere la vera discriminante per mantenere equilibrato il rapporto domanda/offerta.

Altre idee? Sono molto curioso di sapere come la pensate.

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