Perché il consulente non si presenta più come tale?

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Il consulente è colui che è e deve sempre essere aggiornato su un determinato argomento. Sa “consigliare” sulle migliori strategie da mettere in pratica e supporta le attività di implementazione (termine orribile lo so, ma era il migliore da usare per condensare il concetto ed evitare ripetizioni).

 

Nel linguaggio comune, a livello aziendale e non, consulente è sempre più spesso sinonimo di “fuffa”. Non mi dire che non ti è mai capitato di pensarlo, o di essere avvertito come tale se eserciti questa professione.

Consulenza non fuffaQuando mette piede in azienda, il consulente lascia in automatico questa percezione diffusa fin dai livelli base dell’organigramma; ma anche a quelli più alti, affidargli un lavoro è considerato un modo di scaricare le responsabilità, buttando soldi e risorse.

Io stesso, nel mio passato aziendale, ho avuto a che fare con varie figure consulenziali. E mi è capitato di chiedermi il perché. Se mancava una figura interna, capace di assistere l’Azienda in una determinata problematica, pensavo che avrebbe avuto più senso definirne il ruolo ed internalizzarla.

La realtà della consulenza è molto diversa

Soprattutto quando si parla di startup, le consulenze esterne sono fondamentali per indirizzare il lavoro e fare chiarezza. All’inizio, la struttura non ha né le capacità né le idee per potere internalizzare tutto il lavoro.

Sta di fatto che la sensazione diffusa era ed è più vicina a quella che avevo io e non alla realtà oggettiva. Questo “sentiment” diffuso ha creato tra gli addetti ai lavori la psicosi di correggere il tiro.

Cambiano i termini

Il risultato è chi esercita la professione utilizza sempre meno tale termine, tentando di nasconderlo con paroloni mutuati dall’inglese: specialista, advisor, expert…

La realtà dei fatti è che il termine ha una sua ben precisa definizione. Ci viene in aiuto l’immancabile ed eternamente salvifica descrizione di wikipedia: il consulente è “una persona che, avendo accertata qualifica in una materia, consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know-how e le proprie capacità di problem solving”.

Quando sono passato dall’altra parte della barricata offrendo i miei servizi di marketing digitale, mi è capitato spesso, nel costruire i contenuti web di un cliente, di sentirmi dire: ”sì, siamo nei servizi di supporto alla tale attività o disciplina, ma vogliamo evitare il termine consulenza perché non ci piace e non vogliamo avere un’immagine poco professionale”.

Evitando discorsi di tipo semantico su come Google e gli altri motori riescano ad interpretare le esigenze degli utenti in una ricerca online, che potrebbero comunque farvi comparire come consulenti nel tale settore (se lo siete e se il lavoro di SEO è ben fatto), il concetto a monte è proprio drogato.

Il problema è la percezione della sostanza, non la sostanza

Sono un sostenitore del fatto che le parole siano importanti e che sia necessario dare il giusto peso ai concetti. Si parte troppo di frequente dal presupposto sbagliato, ovvero che in certi ambiti ci sia tanto spazio per l’improvvisazione. Ciò porta a screditare l’intero settore a causa di alcune “mele marce”. Così, dove c’è ignoranza per mancanza di informazione e formazione, c’è in automatico il sospetto di essere una facile preda di squali pronti a tutto pur di venderti quello di cui non hai bisogno.

L’ironia e il sarcasmo verso la professionalità in gioco sono spesso una diretta conseguenza e vorremmo reagire alla Totò!

E’ un vero e proprio malessere generato da tanti fattori, tra i quali spicca il clientelismo che non è mai passato di moda: lavorano gli amici degli amici per portare a casa crediti futuri, a discapito della qualità. Ma il problema non sta nel termine, bensì negli schemi mentali e nel modus operandi diffuso.

La professionalità è verificabile

A mio modo di vedere, l’ignoranza non ammette scuse. Quando si incarica un consulente bisogna pensare al reale beneficio in gioco e al valore aggiunto. Non è poi così difficile. I metodi per potersi cautelare sono tanti. Ormai in rete si trovano informazioni su tutto e tutti. Se si ritiene di averne realmente bisogno, la fuori è pieno di professionisti e studi altamente qualificati. Non è necessario affidarsi all’istinto. Si può analizzare la notorietà, come se ne parla in giro, verificare le referenze. Il tutto deve essere spinto e motivato dalla voglia di conoscere l’argomento.

Il consulente è colui che mette a disposizione il suo sapere per far sì che tu sappia come affrontare le prossime sfide in quell’ambito.

Se si cambia il modo di ragionare o, meglio, si torna a dare il giusto valore ai termini e ai problemi, tutto diventa più lineare e semplice. Questo è il punto di partenza.

Insomma, per completare il quadro delle citazioni, il vecchio “parla come mangi” continua ad avere il suo valore, perché c’è sempre più bisogno di sincerità sia nel lavoro sia nei rapporti umani. E’ una forma mentale dal valore enorme.

E tu, sei scettico ad affidarti a un “consulente”? O, se consulente lo sei, tendi anche tu a mischiare le carte presentandoti in modo differente da ciò che sei?

Se pensi che questo articolo possa essere utile, condividilo…non mi offendo! 😉

 


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