Perché delegare tutta la conoscenza a Google?

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Qual è il l’influencer più credibile a livello mondiale, colui che sa e prevede ogni cosa?  Sicuramente Mr. Google, l’entità progettata come una divinità in grado di bypassare i difetti del pensiero umano.

Google, si sa, è un alleato imprescindibile, con un potere consolidato nel guidare le nostre ricerche coscienti. Un amico virtuale affidabile che cresce ad una velocità inimmaginabile e che si propone di farsi custode per noi di tutto il sapere, rendendocelo disponibile quando vogliamo, anche prima di renderci conto che ne abbiamo bisogno. Semplicemente, ci fidiamo di lui più di noi stessi.

Knowledge Vault: l’oracolo

Sembra un’esagerazione ma non è così. In casa Google vogliono davvero rispondere a tutte le domande e a tutte le esigenze in tempo reale. Del resto non è l’unica azienda con questo obiettivo. Anche Facebook è sulla stessa lunghezza d’onda, con l’unica differenza, che l’ambito di controllo ed analisi del social è forzatamente più sottoposto all’occhio umano.

Quando si parla di Google tutto è invece automatizzato. L’intelligenza artificiale e gli algoritmi di analisi si modificano e si adattano costantemente, perché siamo noi ad interrogarlo attivamente. Ogni ricerca volontaria ha un valore semantico infinitamente maggiore rispetto all’analisi di un’interazione sui social. Implicitamente, rappresenta un’autorizzazione a catalogarci e ad immagazzinare dati immediatamente riutilizzabili su di noi e su chi ha interessi simili.

È inutile illudersi o scandalizzarsi: siamo innanzitutto un insieme di dati da elaborare per fare marketing, commerciale o relazionale che sia. I metodi non sono subdoli, sono sotto i nostri occhi. Ci vengono specificati con le privacy policy che mai leggiamo ma che siamo pronti ad additare come l’origine di tutti i mali quando ci fa comodo.

Piccolo segreto (di Pulcinella) su come Google raccoglierà ancor più facilmente i nostri dati senza colpo ferire?

Dati, usi e costumi verranno raccolti ancor più inconsapevolmente (o, meglio, senza farci noi caso) con il sempre più sponsorizzato Google Assistant. Per esempio, col finto regalo del GOOGLE ASSISTANT MINI insieme alla Smart TV, le nostre richieste, le nostre conversazioni verranno registrate e rielaborate per proporci messaggi. Non è necessariamente un male. L’importante è esserne consapevoli al momento dell’acquisto…

Già a partire dal 2014 con l’introduzione di Knowledge Vault, Google scandaglia e confronta tra di loro le informazioni che vengono immesse in rete per garantirne, con un’elevata probabilità, l’usabilità e la veridicità. La biblioteca di Babele diventa intelligente. Recepisce le richieste e le analizza con interpolazioni semantiche, aggiornandosi continuamente. Restituisce risposte mirate con pagine posizionate in base alle fonti, ai volumi di ricerca, all’attendibilità e al gradimento pregressi, ai link esterni da altri siti, alla velocità di caricamento, ma soprattutto in base al confronto di contesti e significati.

Noi facciamo le domande, l’oracolo ci fornisce le risposte di cui abbiamo bisogno. Come accadeva nell’antica Grecia. Con la differenza che la sacerdotessa è ora un bot, altrettanto mistico ma reale.

Elementare Watson!

Già IBM aveva lanciato esperimenti di questo tipo con Watson,  un super computer che sta tuttora evolvendo velocemente grazie al forte interesse per l’intelligenza artificiale. Watson ha esordito nel 2011 partecipando al quiz americano Jeopardy, nel quale bisognava desumere la domanda a partire dalla risposta. Va da sé che Watson ha stracciato tutti i concorrenti. E’ stato poi utilizzato in ambito medico presso il Memorial Sloan Kettering Hospital di New York combinando database di sintomi e diagnosi. Così, i dottori inserendo i primi ottengono indicazioni praticamente certe sulla patologia del caso in esame. Ora Watson comincia ad avere applicazioni attive anche negli e-commerce: The North Face ne è un bellissimo esempio.

Watson IBM: intelligenza artificiale applicata ai siti web

Insomma, non si può più parlare di motori di ricerca, bensì di assistenti personali virtuali. Navigando in rete, muovendoci da un posto all’altro, rispondendo alle e-mail, Google è già in grado di prevedere viaggi e definire appuntamenti ed interessi.

Google sa già tutto di me. Che almeno si renda utile. (James Carmichael – The Atlantic)

A differenza dei fedeli che, all’ingresso del Tempio di Apollo, dovevano attenersi al precetto “Conosci te stesso” per chiedere una risposta al  Dio, i fedeli di Google possono anche evitarsi la fatica. Ci pensa il motore di ricerca rilasciando pezzettini di codice che ti seguono e ti guidano allo stesso tempo.

Dai Big Data alla Big Knowledge

L’obiettivo dichiarato di Google è far sì che l’enorme mole di informazioni disponibili si trasformi in conoscenza. Tradotto, ciò significa rileggere il passato per fare previsioni sul futuro. La vera visione è l’onniscienza che si realizza senza il limite dato dalla presenza dell’uomo.

Un bot come Knowledge Vault è sempre online e può eseguire il fact-checking 24 ore su 24 senza il rischio dell’errore umano. L’uomo da solo, inteso come genere, non può padroneggiare l’intera biblioteca della conoscenza. Può farlo solo un algoritmo progettato dall’uomo per andare oltre le sue stesse capacità.

Senza scomodare la metafisica o la religione, del resto il concetto di algoritmo le esclude a priori, siamo di fronte ad una realtà digitale che trascende ed ingloba il reale. C’è chi ne ha paura, forse non a torto: utilizzare le proiezioni passate per cercare di prevedere o modellare il futuro è pericoloso, se influenzato dall’interesse del singolo. Ricordi Minority Report?

D’altronde il progresso passa per la paura dell’ignoto, ma un algoritmo ben progettato dovrebbe avere ridondanti sistemi di sicurezza a protezione dell’uomo stesso.

Quindi la domanda è: Google sarà sempre di più uno “Skynet” nostro alleato o potrebbe trasformarsi in un potenziale Terminator? Personalmente, pur con qualche inevitabile errore intrinseco nel concetto di sviluppo, non nutro forti dubbi sulla risposta.

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